La smielatura

Dall’arnia al vasetto, ecco la breve storia della lavorazione del miele.
Evitiamo di inserire in questo reportage fotografico imprecazioni, sudore, fatica, avvilimento e tristezza. Reputiamoci ancora una volta fortunati per aver raccolto un po’ di soddisfazione in questo annus horribilis per l’apicoltura.

Direttamente dall’apiario, arrivano i melari
L’operatore più valoroso (selezionato da una severa giuria) ha l’onore di trasportare il carico in laboratorio!
I melari vengono posizionati accanto allo smielatore radiale. Questo strumento è dotato di un motore monofase alimentato dalla rete domestica (220 v) e permette la centrifugazione di 15 favi .
I favi estratti dal melario presentano le celle opercolate, ossia sigillate da un sottile strato di cera. Infatti quando le api reputano maturo il miele che hanno introdotto nella cella, la opercolano.
Disopercolatura su banco disopercolatore
Ovvero, con la forchetta si liberano le celle dallo strato di cera per consentire al miele di uscire
I favi disopercolati vengono inseriti nello smielatore. Pronto a partire! Può fare fino a 400 giri al minuto.

 

 

 

Finita la centrifuga, si apre l’ugello dello smielatore per far passare il miele attraverso un filtro. Così si eliminano le varie sostanze estranee (pezzetti di cera, corpi o frammenti di corpi di api, schegge di legno) e il miele va a riempire il secchio alimentare
Il miele filtrato viene versato nel maturatore, dove resterà per una settimana in attesa di invasettamento ed etichettatura.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gruccione amico mio…

Arriva dall’Africa subsahariana, per trascorrere la sua “stagione dell’amore” alle nostre latitudini. In prossimità degli apiari quest’anno ne abbiamo contati una ventina. Bellissimi uccelli dai colori sgargianti, emettono un verso inconfondibile che però fa rabbrividire gli apicoltori.

Il nome specifico è apiaster. Il gruccione, infatti si nutre di api, vespe e bombi che cattura in volo con grande abilità, colpendo ripetutamente l’insetto su una superficie dura per eliminare il pungiglione.

Ora, partendo dal presupposto e dalla convinzione che tutti quanti dobbiamo campare, speriamo soltanto che oltre ad essere bello, questo uccello sia anche intelligente e comprensivo. E da qui il suggerimento nasce spontaneo: “Caro gruccione, perchè non ti concentri su prede più grandi tipo falene o calabroni e lasci stare le nostre api? In questo modo limiti le azioni di caccia e sprechi meno energie! Minimo sforzo, massima resa…Pensaci!”

Il volo nuziale

Oggi vi raccontiamo come avviene l’inseminazione dell’ape regina. Parleremo dunque di un evento fondamentale, il cui buon esito permetterà alla mamma di tutte le api di svolgere il compito principale della sua intera vita.  Ogni giorno la regina deposita circa 2000 uova e questo atto volontario garantisce forza lavoro e sviluppo dell’alveare. L’inseminazione da parte dei fuchi avviene durante il “volo nuziale”, ovvero quando una regina ancora vergine, a pochi giorni dalla sua nascita, esce dall’alveare seguita da una decina di maschi. Questa sarà l’unica volta nella sua vita, esclusa la sciamatura, in cui la regina vedrà un po’ di mondo.

Nelle prime ore dopo la nascita, la regina vergine viene completamente ignorata dalle operaie, nei giorni successivi però il loro interesse nei confronti della regina va aumentando e iniziano a molestarla spingendola con la testa , con le zampe o trascinandola per le ali. Inizialmente essa accetta tutto senza reagire, oppure si mette a cantare, il che fa sospendere immediatamente ogni attacco. Dopo il terzo giorno diviene più intraprendente e inizia a reagire. Con ogni probabilità gli attacchi delle operaie alla regina vergine servono a migliorare la sua efficienza fisica e ad accelerarne la sua prontezza al volo. Generalmente dal quinto al quindicesimo giorno dopo la nascita, nelle ore più calde di una tiepida giornata senza vento, la regina effettua uno o più voli di orientamento che durano circa 10 minuti. Prima di partire corre eccitata sui favi per qualche minuto, poi si avvicina alla porticina. Se appare esitante, le operaie la spingono con la testa e le impediscono di rientrare costringendola a volare.

Il volo nuziale, o di accoppiamento, ha come meta un punto di raduno che può trovarsi anche a una decina di chilometri dall’alveare. Qui, più regine e centinaia di fuchi parteciperanno ad una grande orgia. Fino a dieci maschi provenienti da alveari differenti insemineranno una regina, agguantandola e introducendo l’endofallo (organo riproduttivo), eiaculeranno, resteranno paralizzati, poi cadranno all’indietro lasciando una parte del membro nella regina (il cosidetto “segno di accoppiamento”), infine precipiteranno a terra e moriranno. In questo susseguirsi di macabri rituali, ogni fuco avrà anche il compito di liberare la vagina dai resti del “fortunato” che lo ha preceduto, per poi ripetere l’operazione. Ma il segno di accoppiamento è importante soprattutto per le operaie. Al suo ritorno, infatti, la regina porterà dimostrazione dell’avvenuta copulazione, le operaie la ripuliranno ed avranno certezza che il dovere è stato compiuto. Se al contrario la regina dovesse presentarsi a casa senza testimonianza dell’ultimo rapporto, verrebbe uccisa e sostituita da una (si spera) più efficiente.

Durante i vari rapporti consumati nella zona di congregazione, la regina stipa lo sperma man mano ricevuto in delle sacche interne a strati concentrici che costituiscono la spermateca, per utilizzarlo nel corso della sua vita e per fecondare le uova. La regina sceglierà di depositare uova fecondate per dare origine ad operaie e regine, oppure uova non fecondate per dare vita ai fuchi. Quindi, nel caso in cui una regina dovesse terminare lo sperma contenuto nella spermateca o non venissero fecondate le uova, nascerebbero solo fuchi (regina fucaiola). E’ importante qui specificare che la fecondazione avviene solo in questo momento, quando cioè un uovo dall’ovidotto si avvicina all’uscita e uno spermatozoo lo va a fecondare, passandogli tutti i caratteri genetici del fuco padre.

Anche le operaie possono deporre uova non fecondate (ad esempio se viene a mancare la regina e non riescono a sostituirla) che daranno origine pure in questo caso a fuchi. Peccato che un alveare che presenti solo covata maschile è destinato a morire, salvo il tempestivo intervento dell’apicoltore.

La sciamatura

Quando squilla il telefono di un apicoltore, in questo periodo solitamente è per una richiesta di aiuto. Questa settimana a noi è successo cinque volte: cinque famiglie che aprendo la finestra, passeggiando in giardino o controllando il contatore dell’acqua, hanno sobbalzato nel costatare che qualche spazio delle loro case  era stato occupato da sciami compatti e rumorosi. Allora l’apicoltore interviene per la cattura dello sciame, con la speranza che “almeno questa volta” le api abbiano scelto un posto facile da raggiungere e non come al solito, la finestra più alta della torre!

In passato tale servizio veniva offerto dai vigili del fuoco ma da qualche tempo ormai sono loro stessi a consigliare alle persone allarmate di contattare un apicoltore della zona. Recuperare lo sciame, per l’apicoltore non è del tutto positivo ( molti lo aspettano per ripopolare gli apiari) dal momento che, non conoscendone la provenienza e lo stato di salute, rischia di portare in apiario famiglie ammalate che possono infettare le altre già presenti. Certo è che abbandonare quello sciame al proprio destino significherebbe garantirgli l’estinzione. Quindi dita incrociate e…prossima telefonata!

Ma perchè le api sciamano? Il motivo principale è che in questo periodo cominciano a stare strette nelle loro arnie. Aumentano le fioriture, aumentano le importazioni e quindi la disponibilità di miele per l’alimentazione delle colonie, aumenta il numero delle deposizioni da parte della regina, aumenta la covata e di conseguenza le nuove nate. Ma altri motivi possono essere anche la carenza di feromoni prodotti della regina (regina vecchia), favi troppo vecchi, impossibilità di produrre cera da parte delle api ceraiole, predisposizione genetica alla sciamatura. In ogni caso, quando aumentano le temperature – da fine aprile in poi, il “trasloco” sarà la soluzione necessaria.

La costituzione naturale di questo nuovo “organismo autonomo” dalla famiglia di partenza, può essere tradotta come la riproduzione di questi spettacolari insetti: un evento entusiasmante, legato all’istinto di propagazione della specie, che si ripropone stagionalmente.

Con queste nuove colonie non si raccolgono grosse quantità di miele in quanto uno sciame è composto da un numero insufficiente di api.

Ecco una distinzione tra varie tipologie:
– sciami primari
– sciami secondari
– sciami terziari

Mentre gli sciami primari si formano con la vecchia regina che si trovava nell’alveare originale, i secondari e terziari escono invece con regine vergini, non ancora fecondate del tutto o appena uscite in volo di fecondazione. Lo sciame primario é più numeroso, contiene circa 25 – 30 mila api, mentre gli sciami secondari e terziari sono più ridotti come numero e come peso.
E’ buona norma quella di lasciare qualche arnia vuota nelle vicinanze dell’apiario, spesso lo sciame lo sceglierà come nuova dimora per la neo famiglia.

Un’arnia che si prepara alla sciamatura presenta delle caratteristiche evidenti, infatti è fortemente popolosa, ospita un elevato numero di fuchi e presenta celle reali opercolate. Ancora, ad un paio di giorni dall’abbandono dell’alveare, sulla facciata dell’arnia si potrà notare la cosiddetta “barba”, ossia un numero impressionante di api che la ricopre completamente, un agglomerato che scende verso il basso e aspetta di partire al seguito della sua regina.

 

 

Come si diventa regina

No, non vi stiamo proponendo un corso accelerato o una trasfusione di sangue blu. E’ solo per raccontare un altro piccolo pezzo del nostro lavoro e del meraviglioso mondo dell’alveare. Innanzitutto lo sapevate che ciò che fa la differenza tra una regina (quella dell’alveare) e le “sue” operaie è il cibo? Proprio così, della serie “dimmi come mangi e ti dirò chi sei“.

Quando in un alveare si decide che è arrivato il momento di allevare una nuova regnante, le api ceraiole cominciano a costruire celle reali (come quella della foto che ne è un principio) più grandi di quelle ordinarie dell’alveare, orientate verticalmente lungo i bordi dei favi. Dalle uova fecondate deposte in queste particolari celle, dopo tre giorni nasceranno le larve.

Le larve scelte vengono nutrite per tutto il periodo del loro sviluppo (più o meno 14 giorni) e poi per l’intera vita, con la pappa reale. E qui sta la differenza: anche le altre larve vengono inizialmente nutrite con la pappa reale, ma solo per i primi tre giorni, dopo di questi dovranno “accontentarsi” per sempre di polline e miele.

La pappa reale è una secrezione prodotta dalle ghiandole ipofaringee e dalle ghiandole mascellari delle operaie. È uno dei tanti prodotti dell’alveare che possiamo utilizzare per curarci in modo naturale, è un alimento con caratteristiche nutrizionali molto importanti e infatti ne viene consigliato l’utilizzo soprattutto a chi ha bisogno di sostenere l’organismo per ritrovare forza e vitalità.

Grazie a questo regime alimentare, la regina sarà anche l’unico individuo fertile della famiglia.

Abbiamo detto che possono essere allevate più regine contemporaneamente, ma sappiamo che all’interno dell’alveare ne resterà una sola. E infatti, la prima regina nata va ad uccidere le sue sorelle quando queste sono ancora in cella. Ok, occhi sgranati, momento di tristezza.

Se invece due regine nascono contemporaneamente, si affrontano sui favi e ogni scontro ha per risultato la morte di una e la vittoria dell’altra. Questo è anche l’unico momento in cui la regina, in tutta la sua vita, utilizza il pungiglione.

Quando le giovani regine sono pronte ad emergere, spesso cominciano a emettere uno stridìo che  un orecchio esperto riesce a sentire anche dall’esterno dell’arnia. C’è chi sostiene che la regina già sfarfallata lanci il suo grido di guerra alle avversarie, chi invece pensa che il canto della regina sia un richiamo premuroso nei confronti dell’alveare: la “vecchia” che sta per sciamare richiama quella che la dovrà sostituire e quando riceverà risposta partirà con lo sciame ormai sicura di non lasciare il resto delle api orfane.

Potrebbe anche essere un segnale per avvisare le api operaie che la regina è colei che merita più sostegno di chiunque altro. Certamente avrà una grande responsabilità almeno per i quattro anni successivi: innanzitutto sarà la madre di tutte le api della colonia, quindi avrà il compito di deporre alcune migliaia di uova al giorno fino anche a 3000 in casi eccezionali, inoltre, con i suoi feromoni regolerà tutta la colonia stimolando o inibendo le varie attività nell’alveare a seconda della situazione.

Per concludere, è utile sottolineare che il termine “regina” è assolutamente improprio visto che questa non comanda e non decide proprio niente! Sicuramente esplica un’importante azione regolatrice, ma lo fa involontariamente; la sua presenza promuove l’aggregazione ed è lo stimolo che induce le api a bottinare polline (basilare per l’allevamento della covata e quindi per il futuro dell’alveare); invoglia le bottinatrici ad uscire prima la mattina rendendole più motivate al lavoro. Addirittura il compito di deporre le uova non è volontario ma frutto dell’adattamento a questa funzione completamente pilotata dalle operaie. Per non parlare di quando, se esita ad alzarsi in volo al momento dell’accoppiamento, le operaie la prendono a testate impedendole di rientrare nell’arnia e la costringono ad andare. Ma di questo vi racconteremo più in là.

Dunque pensavate di trovarvi difronte ad una monarchia? Benvenuti nell’alveare, qui comanda il popolo. O meglio, le operaie. Femmine.

 

Aprile dolce nutrire

E’ tempo di crescita e di preparazione al duro lavoro estivo. Le api sono in fermento: dal primo sole del mattino fino al tramonto si vedono a centinaia lungo la traiettoria che percorrono per portare nutrimento alle famiglie. Aprile è il mese in cui l’Erica è in fiore. Per fortificarle e prepararle alla produzione, abbiamo portato le nostre colonie a 650 metri di altitudine, dove potranno bottinare da questa pianta perenne, appartenente alla famiglia delle Ericacee, che tappezza di cespugli bianchi ettari sterminati di bosco. Siamo nel periodo in cui l’importazione di polline è più massiccia e le regine lavorano ininterrottamente per deporre fino a 2000 uova al giorno: c’è bisogno di forza lavoro! L’enorme importazione di polline fa sì che le famiglie crescano in modo esponenziale ma bisogna monitorarle costantemente per evitare la sciamatura. Con questo termine si indica la “riproduzione” del superorganismo alveare che consiste nello sdoppiamento della colonia in due più deboli. Brevemente, la sciamatura funziona così: quando nell’alveare il numero delle api aumenta e lo spazio a disposizione non è più sufficiente, l’ape regina lascia la famiglia d’origine con un nutrito numero di operaie e bottinatrici; nella famiglia d’origine le api avevano già provveduto a sviluppare una o più nuove regine in modo da sostituire immediatamente quella che ha lasciato l’alveare. E’ molto importante per noi apicoltori evitare tutto ciò perchè se avvenisse in questo periodo, le famiglie non avrebbero la forza numerica giusta per il raccolto e la produzione di miele. Dunque forza e coraggio, care api, perchè siamo appena all’inizio! Ringraziamo l’Erica per l’abbondanza, facciamone scorta e prepariamoci per accogliere l’acacia, che dai suoi grappoli bianchi arriverà nell’alveare e vi darà l’onore di trasformarla in pregiato miele delicato e trasparente. 

 

Laboratorio didattico Le mie amiche Api

Raccontare il lavoro, far toccare affumicatore e telaini, annusare insieme la cera ma soprattutto far assaggiare il miele a 21 bambini tra i due e i tre anni, sinceramente dà soddisfazione. Poi te li rincontri per strada dopo un anno e sgranando gli occhi ti indicano e strillano “Voi siete quelli delle api!”. Si, siamo quelli che reputano fondamentale condividere con dei marmocchietti – desiderosi di raccontare le loro esperienze (di pizzichi, passeggiate o nonni in campagna), anche la loro di esperienza. Siamo quelli davvero convinti che dai bambini si può imparare tanto e che loro meritano praticità: odori, ronzii, mani sporche di propoli e appiccicose di miele in favo. Oggi al Campione di Todi è stato così, per questo ringraziamo i bimbi, le bimbe e le maestre che hanno inserito il nostro laboratorio didattico nel percorso educativo della classe. Buon lavoro!