Buoni esempi da imitare

 

Possiamo imparare molte cose osservando il comportamento delle api, molte lezioni che potremmo utilmente applicare alla nostra vita.

Eccone alcune per affrontare la ripresa post vacanze con entusiasmo ed ottimismo!

Le api vivono con i loro mezzi. Non ci sono banche, prestiti o carte di credito nel loro mondo, solo le risorse che riescono a raccogliere e conservare. Come noi, le api hanno bisogno di mangiare ogni giorno, e fanno tutto quanto in loro potere per garantire un approvvigionamento alimentare costante, producono, conservano, producono e conservano ancora,  non tanto per se stesse ma soprattutto per le api che devono ancora nascere.

Questi piccoli insetti riescono a realizzare cose straordinarie lavorando insieme. Ottantantamila lavoratori possono spostare un sacco di roba. La cooperazione è la chiave del loro successo: decine di migliaia di individui che si comportano come un unico organismo.

Con questo modo di fare dimostrano che la divisione del lavoro può essere molto efficace. E ognuna di esse sa ricoprire l’intera gamma di ruoli essenziali per mandare avanti l’alveare: flessibilità e adattabilità le due parole d’ordine. Le api si muovono attraverso una serie di posti di lavoro nell’alveare prima di emergere come bottinatrici. Ma in caso di emergenza, possono e sanno che devono tornare alle loro precedenti occupazioni per compensare le perdite.

Il bene comune è sempre la priorità. L’individualismo non è una loro caratteristica: il loro primo dovere è sempre quello di tutelare la colonia.

Le api sanno che i tempi duri possono arrivare da un momento all’altro e sono sempre preparate e pronte ad affrontare carenze, carestie e disastri.

Le api condividono perchè sono consapevoli che vi è abbondanza per tutti, anche per le altre specie con le quali non si mettono mai in concorrenza frontale.

Le api si adattano al loro ambiente, sono resilienti. E sanno che questa è l’unica strategia di sopravvivenza efficace.

L’annus horribilis per l’apicoltura italiana

Dice il saggio: “Settembre ventoso e dorato, è bello e fortunato”.
Dobbiamo sperare davvero in tanta fortuna e bellezza, la bellezza dei colori e della fertilità a cui il lavoro delle api contribuisce quotidianamente. Si, perchè i mesi che ci lasciamo alle spalle sono stati per l’apicoltura davvero inclementi.

Ai problemi cronici (pesticidi, concorrenza sleale..) si sono aggiunti parassiti (Varroa destructor), insetti (la vespa velutina, calabrone arrivato dall’Estremo Oriente) e il clima anomalo tra primavera ed estate, che ha affossato la produzione di miele e messo in ginocchio gli apicoltori.

Ecco alcuni dati e scenari estratti da un articolo che parla della situazione toscana, ma anche nella vicina Umbria non è andata diversamente.

Le stime sono terribili: nel 2017 la resa sarà del 30% rispetto alla media nazionale, con raccolti prossimi allo zero nei territori da sempre più vocati d’Italia, come l’area di Montalcino e tutto il territorio toscano che, in situazioni di normalità, rappresenta il 10 % della produzione nazionale (media di 23.000 quintali) e, grazie alla conformazione del territorio, detiene il record di almeno dieci varietà: dalla marruca prodotta esclusivamente in Maremma al corbezzolo, particolarità di Montalcino, fino al miele di spiaggia nella zona viareggina.

Alcune varietà come miele di corbezzolo, marruca o miele di spiaggia, vedranno la loro produzione azzerarsi. Il miele di sulla, per esempio, per via della siccità, non è stato raccolto. Le medie del girasole sono vicine allo zero perché le rese sono state insignificanti. Il miele di tiglio non si è potuto raccogliere nelle città per i motivi già riportati (è stato fatto un po’ di millefiori con prevalenza di melata, in media 5-6 kg/alveare). Malissimo anche l’erba medica e tutti i millefiori che forniscono del nettare nella stagione estiva.

“Sono dati riferiti al mese di luglio – spiega Michele Valleri dell’Osservatorio Nazionale del Miele – ma dopo quel mese non si è aggiunto niente. La gelata di fine aprile ha rovinato le piante di acacia e la fioritura, poi la siccità unita al gran caldo ha fatto il resto”. E se le api hanno poco da mangiare, sono più deboli e quindi più vulnerabili alle vecchie patologie e nuovi nemici, come la Varroa, ormai endemica, o la vespa velutina, arrivata a Carrara lo scorso luglio e un altro problema che terrà in apprensione gli apicoltori nei prossimi anni.

In questo annus horribilis c’è una varietà che si salva, il castagno. Affetto di recente dal cinipide, adesso sta guarendo e la produzione di miele, in alcune zone in montagna, si è salvata. “Il settore è forte, le associazioni sono attive, molta gente è sempre più incuriosita – aggiunge Valleri – certo, le difficoltà ci sono, ma si stringe i denti e si va avanti. Il settore nonostante tutto è in espansione, anche perché è più “mobile”. Se un terreno agricolo è in difficoltà non ci puoi far niente. Le aziende che producono miele sono dinamiche, non stanno chiudendo. Molte si stanno specializzando in altre attività come la vendita di regine e la produzione di polline e pappa reale. Non c’è solo il miele”.

Michele Valleri farà un intervento al convegno della “Settimana del Miele”, tra i principali appuntamenti del settore a livello nazionale, che si terrà a Montalcino dall’8 al 10 settembre grazie alla collaborazione tra le associazioni apistiche della Toscana e Asga (Associazione Senese Grossetana Apicoltori), che da oltre 40 anni tutela le aziende del settore nei territori di Siena, Grosseto e Arezzo. “Parlerò dei dati di produzione regionali, che riguardano tutta la stagione visto che ormai è finita. Il clima ci sta dando dei segnali, il trend ormai è questo. Negli ultimi dieci anni, sono stati di più quelli negativi che quelli positivi”.

QUI l’articolo completo

La smielatura

Dall’arnia al vasetto, ecco la breve storia della lavorazione del miele.
Evitiamo di inserire in questo reportage fotografico imprecazioni, sudore, fatica, avvilimento e tristezza. Reputiamoci ancora una volta fortunati per aver raccolto un po’ di soddisfazione in questo annus horribilis per l’apicoltura.

Direttamente dall’apiario, arrivano i melari
L’operatore più valoroso (selezionato da una severa giuria) ha l’onore di trasportare il carico in laboratorio!
I melari vengono posizionati accanto allo smielatore radiale. Questo strumento è dotato di un motore monofase alimentato dalla rete domestica (220 v) e permette la centrifugazione di 15 favi .
I favi estratti dal melario presentano le celle opercolate, ossia sigillate da un sottile strato di cera. Infatti quando le api reputano maturo il miele che hanno introdotto nella cella, la opercolano.
Disopercolatura su banco disopercolatore
Ovvero, con la forchetta si liberano le celle dallo strato di cera per consentire al miele di uscire
I favi disopercolati vengono inseriti nello smielatore. Pronto a partire! Può fare fino a 400 giri al minuto.

 

 

 

Finita la centrifuga, si apre l’ugello dello smielatore per far passare il miele attraverso un filtro. Così si eliminano le varie sostanze estranee (pezzetti di cera, corpi o frammenti di corpi di api, schegge di legno) e il miele va a riempire il secchio alimentare
Il miele filtrato viene versato nel maturatore, dove resterà per una settimana in attesa di invasettamento ed etichettatura.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gruccione amico mio…

Arriva dall’Africa subsahariana, per trascorrere la sua “stagione dell’amore” alle nostre latitudini. In prossimità degli apiari quest’anno ne abbiamo contati una ventina. Bellissimi uccelli dai colori sgargianti, emettono un verso inconfondibile che però fa rabbrividire gli apicoltori.

Il nome specifico è apiaster. Il gruccione, infatti si nutre di api, vespe e bombi che cattura in volo con grande abilità, colpendo ripetutamente l’insetto su una superficie dura per eliminare il pungiglione.

Ora, partendo dal presupposto e dalla convinzione che tutti quanti dobbiamo campare, speriamo soltanto che oltre ad essere bello, questo uccello sia anche intelligente e comprensivo. E da qui il suggerimento nasce spontaneo: “Caro gruccione, perchè non ti concentri su prede più grandi tipo falene o calabroni e lasci stare le nostre api? In questo modo limiti le azioni di caccia e sprechi meno energie! Minimo sforzo, massima resa…Pensaci!”

Il volo nuziale

Oggi vi raccontiamo come avviene l’inseminazione dell’ape regina. Parleremo dunque di un evento fondamentale, il cui buon esito permetterà alla mamma di tutte le api di svolgere il compito principale della sua intera vita.  Ogni giorno la regina deposita circa 2000 uova e questo atto volontario garantisce forza lavoro e sviluppo dell’alveare. L’inseminazione da parte dei fuchi avviene durante il “volo nuziale”, ovvero quando una regina ancora vergine, a pochi giorni dalla sua nascita, esce dall’alveare seguita da una decina di maschi. Questa sarà l’unica volta nella sua vita, esclusa la sciamatura, in cui la regina vedrà un po’ di mondo.

Nelle prime ore dopo la nascita, la regina vergine viene completamente ignorata dalle operaie, nei giorni successivi però il loro interesse nei confronti della regina va aumentando e iniziano a molestarla spingendola con la testa , con le zampe o trascinandola per le ali. Inizialmente essa accetta tutto senza reagire, oppure si mette a cantare, il che fa sospendere immediatamente ogni attacco. Dopo il terzo giorno diviene più intraprendente e inizia a reagire. Con ogni probabilità gli attacchi delle operaie alla regina vergine servono a migliorare la sua efficienza fisica e ad accelerarne la sua prontezza al volo. Generalmente dal quinto al quindicesimo giorno dopo la nascita, nelle ore più calde di una tiepida giornata senza vento, la regina effettua uno o più voli di orientamento che durano circa 10 minuti. Prima di partire corre eccitata sui favi per qualche minuto, poi si avvicina alla porticina. Se appare esitante, le operaie la spingono con la testa e le impediscono di rientrare costringendola a volare.

Il volo nuziale, o di accoppiamento, ha come meta un punto di raduno che può trovarsi anche a una decina di chilometri dall’alveare. Qui, più regine e centinaia di fuchi parteciperanno ad una grande orgia. Fino a dieci maschi provenienti da alveari differenti insemineranno una regina, agguantandola e introducendo l’endofallo (organo riproduttivo), eiaculeranno, resteranno paralizzati, poi cadranno all’indietro lasciando una parte del membro nella regina (il cosidetto “segno di accoppiamento”), infine precipiteranno a terra e moriranno. In questo susseguirsi di macabri rituali, ogni fuco avrà anche il compito di liberare la vagina dai resti del “fortunato” che lo ha preceduto, per poi ripetere l’operazione. Ma il segno di accoppiamento è importante soprattutto per le operaie. Al suo ritorno, infatti, la regina porterà dimostrazione dell’avvenuta copulazione, le operaie la ripuliranno ed avranno certezza che il dovere è stato compiuto. Se al contrario la regina dovesse presentarsi a casa senza testimonianza dell’ultimo rapporto, verrebbe uccisa e sostituita da una (si spera) più efficiente.

Durante i vari rapporti consumati nella zona di congregazione, la regina stipa lo sperma man mano ricevuto in delle sacche interne a strati concentrici che costituiscono la spermateca, per utilizzarlo nel corso della sua vita e per fecondare le uova. La regina sceglierà di depositare uova fecondate per dare origine ad operaie e regine, oppure uova non fecondate per dare vita ai fuchi. Quindi, nel caso in cui una regina dovesse terminare lo sperma contenuto nella spermateca o non venissero fecondate le uova, nascerebbero solo fuchi (regina fucaiola). E’ importante qui specificare che la fecondazione avviene solo in questo momento, quando cioè un uovo dall’ovidotto si avvicina all’uscita e uno spermatozoo lo va a fecondare, passandogli tutti i caratteri genetici del fuco padre.

Anche le operaie possono deporre uova non fecondate (ad esempio se viene a mancare la regina e non riescono a sostituirla) che daranno origine pure in questo caso a fuchi. Peccato che un alveare che presenti solo covata maschile è destinato a morire, salvo il tempestivo intervento dell’apicoltore.

La sciamatura

Quando squilla il telefono di un apicoltore, in questo periodo solitamente è per una richiesta di aiuto. Questa settimana a noi è successo cinque volte: cinque famiglie che aprendo la finestra, passeggiando in giardino o controllando il contatore dell’acqua, hanno sobbalzato nel costatare che qualche spazio delle loro case  era stato occupato da sciami compatti e rumorosi. Allora l’apicoltore interviene per la cattura dello sciame, con la speranza che “almeno questa volta” le api abbiano scelto un posto facile da raggiungere e non come al solito, la finestra più alta della torre!

In passato tale servizio veniva offerto dai vigili del fuoco ma da qualche tempo ormai sono loro stessi a consigliare alle persone allarmate di contattare un apicoltore della zona. Recuperare lo sciame, per l’apicoltore non è del tutto positivo ( molti lo aspettano per ripopolare gli apiari) dal momento che, non conoscendone la provenienza e lo stato di salute, rischia di portare in apiario famiglie ammalate che possono infettare le altre già presenti. Certo è che abbandonare quello sciame al proprio destino significherebbe garantirgli l’estinzione. Quindi dita incrociate e…prossima telefonata!

Ma perchè le api sciamano? Il motivo principale è che in questo periodo cominciano a stare strette nelle loro arnie. Aumentano le fioriture, aumentano le importazioni e quindi la disponibilità di miele per l’alimentazione delle colonie, aumenta il numero delle deposizioni da parte della regina, aumenta la covata e di conseguenza le nuove nate. Ma altri motivi possono essere anche la carenza di feromoni prodotti della regina (regina vecchia), favi troppo vecchi, impossibilità di produrre cera da parte delle api ceraiole, predisposizione genetica alla sciamatura. In ogni caso, quando aumentano le temperature – da fine aprile in poi, il “trasloco” sarà la soluzione necessaria.

La costituzione naturale di questo nuovo “organismo autonomo” dalla famiglia di partenza, può essere tradotta come la riproduzione di questi spettacolari insetti: un evento entusiasmante, legato all’istinto di propagazione della specie, che si ripropone stagionalmente.

Con queste nuove colonie non si raccolgono grosse quantità di miele in quanto uno sciame è composto da un numero insufficiente di api.

Ecco una distinzione tra varie tipologie:
– sciami primari
– sciami secondari
– sciami terziari

Mentre gli sciami primari si formano con la vecchia regina che si trovava nell’alveare originale, i secondari e terziari escono invece con regine vergini, non ancora fecondate del tutto o appena uscite in volo di fecondazione. Lo sciame primario é più numeroso, contiene circa 25 – 30 mila api, mentre gli sciami secondari e terziari sono più ridotti come numero e come peso.
E’ buona norma quella di lasciare qualche arnia vuota nelle vicinanze dell’apiario, spesso lo sciame lo sceglierà come nuova dimora per la neo famiglia.

Un’arnia che si prepara alla sciamatura presenta delle caratteristiche evidenti, infatti è fortemente popolosa, ospita un elevato numero di fuchi e presenta celle reali opercolate. Ancora, ad un paio di giorni dall’abbandono dell’alveare, sulla facciata dell’arnia si potrà notare la cosiddetta “barba”, ossia un numero impressionante di api che la ricopre completamente, un agglomerato che scende verso il basso e aspetta di partire al seguito della sua regina.

 

 

Come si diventa regina

No, non vi stiamo proponendo un corso accelerato o una trasfusione di sangue blu. E’ solo per raccontare un altro piccolo pezzo del nostro lavoro e del meraviglioso mondo dell’alveare. Innanzitutto lo sapevate che ciò che fa la differenza tra una regina (quella dell’alveare) e le “sue” operaie è il cibo? Proprio così, della serie “dimmi come mangi e ti dirò chi sei“.

Quando in un alveare si decide che è arrivato il momento di allevare una nuova regnante, le api ceraiole cominciano a costruire celle reali (come quella della foto che ne è un principio) più grandi di quelle ordinarie dell’alveare, orientate verticalmente lungo i bordi dei favi. Dalle uova fecondate deposte in queste particolari celle, dopo tre giorni nasceranno le larve.

Le larve scelte vengono nutrite per tutto il periodo del loro sviluppo (più o meno 14 giorni) e poi per l’intera vita, con la pappa reale. E qui sta la differenza: anche le altre larve vengono inizialmente nutrite con la pappa reale, ma solo per i primi tre giorni, dopo di questi dovranno “accontentarsi” per sempre di polline e miele.

La pappa reale è una secrezione prodotta dalle ghiandole ipofaringee e dalle ghiandole mascellari delle operaie. È uno dei tanti prodotti dell’alveare che possiamo utilizzare per curarci in modo naturale, è un alimento con caratteristiche nutrizionali molto importanti e infatti ne viene consigliato l’utilizzo soprattutto a chi ha bisogno di sostenere l’organismo per ritrovare forza e vitalità.

Grazie a questo regime alimentare, la regina sarà anche l’unico individuo fertile della famiglia.

Abbiamo detto che possono essere allevate più regine contemporaneamente, ma sappiamo che all’interno dell’alveare ne resterà una sola. E infatti, la prima regina nata va ad uccidere le sue sorelle quando queste sono ancora in cella. Ok, occhi sgranati, momento di tristezza.

Se invece due regine nascono contemporaneamente, si affrontano sui favi e ogni scontro ha per risultato la morte di una e la vittoria dell’altra. Questo è anche l’unico momento in cui la regina, in tutta la sua vita, utilizza il pungiglione.

Quando le giovani regine sono pronte ad emergere, spesso cominciano a emettere uno stridìo che  un orecchio esperto riesce a sentire anche dall’esterno dell’arnia. C’è chi sostiene che la regina già sfarfallata lanci il suo grido di guerra alle avversarie, chi invece pensa che il canto della regina sia un richiamo premuroso nei confronti dell’alveare: la “vecchia” che sta per sciamare richiama quella che la dovrà sostituire e quando riceverà risposta partirà con lo sciame ormai sicura di non lasciare il resto delle api orfane.

Potrebbe anche essere un segnale per avvisare le api operaie che la regina è colei che merita più sostegno di chiunque altro. Certamente avrà una grande responsabilità almeno per i quattro anni successivi: innanzitutto sarà la madre di tutte le api della colonia, quindi avrà il compito di deporre alcune migliaia di uova al giorno fino anche a 3000 in casi eccezionali, inoltre, con i suoi feromoni regolerà tutta la colonia stimolando o inibendo le varie attività nell’alveare a seconda della situazione.

Per concludere, è utile sottolineare che il termine “regina” è assolutamente improprio visto che questa non comanda e non decide proprio niente! Sicuramente esplica un’importante azione regolatrice, ma lo fa involontariamente; la sua presenza promuove l’aggregazione ed è lo stimolo che induce le api a bottinare polline (basilare per l’allevamento della covata e quindi per il futuro dell’alveare); invoglia le bottinatrici ad uscire prima la mattina rendendole più motivate al lavoro. Addirittura il compito di deporre le uova non è volontario ma frutto dell’adattamento a questa funzione completamente pilotata dalle operaie. Per non parlare di quando, se esita ad alzarsi in volo al momento dell’accoppiamento, le operaie la prendono a testate impedendole di rientrare nell’arnia e la costringono ad andare. Ma di questo vi racconteremo più in là.

Dunque pensavate di trovarvi difronte ad una monarchia? Benvenuti nell’alveare, qui comanda il popolo. O meglio, le operaie. Femmine.